La città francese di Strasburgo ha ospitato lo scorso weekend la terza edizione dei “Mondiali della Birra”, manifestazione aperta ai birrifici che si sono presentati in forze ai nastri di par...
Il destino di un nome Il pecorino di fossa

Forse non è esattamente quanto di meglio si possa immaginare in termini di marketing perché il termine “fossa” in effetti non ha un grande appeal culinario, ma evoca invece più facilmente scenari cupi e profondi, cose nascoste e private.
Però è proprio perché le “fosse” in questione permettevano di occultare il tesoro (rappresentato dalla produzione casearia estiva, quando questa era più ricca e abbondante) facendolo maturare per almeno tre mesi e contemporaneamente mettendolo al sicuro dalle razzie di soldati di ventura e mercenari che si approvvigionavano a spese dei poveri contadini che questo formaggio è diventato famoso. Tecnica già impiegata nel XV secolo, divenne una particolarità della zona attorno a Forlì e Cesena, ma oggi è ancora prodotto in un bacino allargato che arriva fino all’Umbria e alla Toscana.
Il sapore del formaggio è particolarissimo. Inizialmente dolce, con una consistenza compatta e friabile dovuta alla fermentazione anaerobica, diventa in seguito più intenso e forte, con un retrogusto piccante e quasi amaro in cui si colgono note di terra e di legno. Molto digeribile, grazie all’altissima percentuale di fermenti lattici vivi, può essere gustato da solo a fine pasto magari accompagnato da miele di castagno o confetture di frutta, oppure grattugiato per rifinire con una nota forte primi o secondi dal sapore delicato.
Si sposa benissimo a vini rossi pregiati dal sapore forte ed intenso, ma può altrettanto felicemente accompagnarsi a marsala o vini passiti come validissima alternativa al dessert.
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